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Lockdown, quando manca una esperienza di riferimento

lockdownIl periodo del cosiddetto lockdown, l’isolamento, dovuto alle esigenze sanitarie legate alla diffusione del Covid19, ha portato e sta portando ad una esperienza individuale e collettiva completamente fuori dall’ordinario.

Sono venute meno le certezze di ognuno di noi, quello che era sicuro e stabile non è più classificabile come tale. Nascono i dubbi, le paure, sia per l’oggi che per il domani.
Molti si stanno interrogando di come è gestita questa fase da ognuno di noi, sia emotivamente sia in termini di comportamenti. Il primo punto su cui vorrei soffermarmi è quello dell’esperienza, che riguarda la fase attuale e forse, soprattutto, quella futura.
L’esperienza è un bagaglio importante per ognuno di noi. E’ quel patrimonio personale che ci consente di orientarci nella realtà complessa e articolata che affrontiamo quotidianamente da adulti. Citando William Shakespeare, “L’esperienza è un gioiello, e deve essere così, perché viene spesso comprata ad un prezzo infinito”.
L’esperienza è indispensabile perché ci rende efficienti, ci consente un’economia delle nostre risorse, ci permette di risolvere situazioni intricate e ci dà una grande mano per immaginare un futuro possibile evitando fallimenti. E’ una sorta di bussola che ci dà indirizzi importanti per la gestione della realtà e per la risoluzione di tutti i problemi e difficoltà legati alla vita personale e professionale. Se ad esempio nella realtà lavorativa troviamo e riconosciamo un problema che abbiamo già affrontato, è molto probabile, anzi quasi certo che ricercheremo nel nostro bagaglio esperienziale quale soluzione abbiamo applicato. Questo aumenterà le probabilità di successo e di economia di tempo e risorse, cognitive ed emozionali.
Questi sono i vantaggi, ma ci sono anche degli svantaggi: quando è vissuta in modo inconsapevole, ci spinge alla ripetizione. L’esperienza, tradotta in automatismo spontaneo, può diventare un limite nell’esercizio delle nostre capacità. Un esempio tratto dalla ricerca scientifica esprime bene il meccanismo degli automatismi.

L’esperienza, che poi altro non è che il nostro vissuto e soprattutto l’elaborazione di fatti ed accadimenti, oltre ovviamente a conoscenze e competenze acquisite, contribuisce in modo significativo alla costruzione del nostro set cognitivo attraverso il quale leggiamo, percepiamo ed interagiamo con la realtà che ci circonda.
Il nostro set cognitivo ha bisogno sia di continuità e ripetizione, sia di coerenza e controllo, per garantirci una intima tranquillità.

Oggi manchiamo di tutto questo, sia per il presente, sia per un futuro prossimo denso di incognite, di cui non possiamo prevedere degli assi portanti o risvolti di certezza, individuale, sociale ed economica.
Viviamo una fase senza una storia precedente, senza un benchmark di riferimento, con tante incognite a cui il nostro modello di civiltà non ci aveva abituato.
Ecco forse qui è un punto: vivere l’incertezza come abito mentale e comportamentale, sforzandoci di non ricercare punti di stabilità. E forse, in questo tempo fermo, con un domani incerto, riscoprire nuovi e diversi modalità e legami con l’altro. Inoltre, cercare senso e significato nelle piccole cose del quotidiano che davamo per scontate o irrilevanti: il primo bagno al mare, una buona cena in compagnia, un lavoro ben fatto, una lode o un rimprovero a cui eravamo assuefatti.

di Giulio Scaccia

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