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Le virtù nella tradizione greca

Il fascino della filosofia e della cultura greca si riverbera su tante riflessioni che possiamo fare sull’individuo e lo sviluppo di sé.
Coraggio_Leonida
In questo percorso riprendiamo il tema della virtù. Areté per i greci indicava una forza d’animo, un vigore morale e fisico; essa indica quelle qualità il cui possesso consente all’individuo di raggiungere l’eudaimonia e la cui assenza è destinata a vanificare il suo movimento verso il télos. Nell’ottica aristotelica la virtù è un “abito”, un’attitudine del volere a comportarsi in un certo modo, che non dipende tanto da dottrine, quanto da concrete capacità pratiche. In generale, essa consiste nella condizione di equilibrio in cui l’anima viene a trovarsi quando si tiene lontana da entrambi gli estremi della passione: tra il vizio dipendente dal difetto e quello dipendente dall’eccesso, essa occupa il “giusto mezzo”.
Per l’uomo greco, il concetto di «areté» era inseparabile dal senso della propria vita: esso esprimeva un modo perfetto di essere, dunque l’eccellenza morale dell’individuo e la sua capacità di svolgere una determinata cosa nel modo ottimale.

Areté è un termine che appartiene alla stessa famiglia del verbo aretào, che vuol dire prosperare. Possedere l’areté ha il valore del mettere a frutto i propri talenti o predisposizioni. Vista in questa ottica, l’areté denota un possesso, ma è soprattutto il risultato di un esercizio: esige applicazione, necessaria alla valorizzazione. Areté ha la medesima radice del latino ars, che indica l’abilità nel costruire, nel fabbricare. L’areté è quindi da intendersi come una pratica efficace che porta a dei risultati, ed è quindi degna di merito.

Sempre sul verbo aretào, delle sue ulteriori declinazioni risultano essere “prosperare” e persino “essere fortunati”. Significa anche fertilità. Possedere l’areté significa mettere a frutto le proprie doti o predisposizioni. Se la si mette in questi termini, denota certo un possesso, ma è soprattutto il risultato di un esercizio. L’areté è fondamentalmente una pratica efficace che dà risultati, ed è quindi degna di merito. E chi merita è, a sua volta, degno di essere riconosciuto per quel che ha fatto: ciò spiega perché in greco areté significa “merito” e perciò anche stima, onore, perfino splendore. La virtù, a partire dalla stessa gamma semantica, indica, dunque, un’azione ben riuscita. Per virtuoso bisogna allora intendere colui che sa valorizzare le proprie doti e sa metterle a frutto.
Così concepita, la virtù altro non è che abilità a esistere, è capacità di padroneggiarsi. In questa prospettiva classica, la felicità non è concepita come un premio della virtù, ma coincide con il suo esercizio.
Inoltre, il termine stesso “virtù” deriva dal latino virtus, che significa forza. Le virtù quindi, nella lettura che stiamo dando, sono quei tratti che consentono alla persona di “funzionare” al meglio e dispiegare le sue potenzialità: la capacità di un uomo di eccellere in qualcosa, di compiere un certo atto in maniera ottimale ed anche distintiva.

Recuperando Aristotele, il filosofo distingue tra due tipi diversi di virtù che rimandano alle due parti dell’anima: quella priva di ragione e quella razionale. In corrispondenza della prima abbiamo le virtù pratiche o del comportamento, che si acquistano per abitudine; sono le virtù etiche (da èthos «costume, abitudine»): coraggio, generosità, mitezza, amabilità, sincerità, urbanità.
In corrispondenza della ragione discorsiva (in greco diànoia) abbiamo, invece, le virtù intellettuali: scienza intesa come sapere dimostrativo, arte, l’intelletto, sapienza e la saggezza.
Aristotele individua tra le virtù per prima il coraggio. Una virtù che si può apprendere, il giusto mezzo tra la paura e l’ardimento; anche una virtù civile e politica: non a caso presso i Greci vi era una implicazione stretta tra vita individuale e vita della città, e di conseguenza tra etica e politica e per naturale estensione una relazione stretta tra il personale e il sociale. Del coraggio avremo modo di parlare.

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