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La nostra esperienza: cosa farne?

esperienzaL’esperienza è quel patrimonio personale che ci consente di orientarci nella realtà complessa e articolata che affrontiamo quotidianamente da adulti. Citando William Shakespeare, “L’esperienza è un gioiello, e deve essere così, perché viene spesso comprata ad un prezzo infinito”.

L’esperienza è indispensabile perché ci rende efficienti, ci consente un’economia delle nostre risorse, ci permette di risolvere situazioni intricate e ci dà una grande mano per immaginare un futuro possibile evitando fallimenti. E’ una sorta di bussola che ci dà indirizzi importanti per la gestione della realtà e per la risoluzione di tutti i problemi e difficoltà legati alla vita personale e professionale. Se ad esempio nella realtà lavorativa troviamo e riconosciamo un problema che abbiamo già affrontato, è molto probabile, anzi quasi certo, che ricercheremo nel nostro bagaglio esperienziale quale soluzione abbiamo applicato. Questo aumenterà le probabilità di successo e di economia di tempo e risorse, cognitive ed emozionali.

Questi sono i vantaggi, ma ci sono anche degli svantaggi: quando è vissuta in modo inconsapevole, ci spinge alla ripetizione. L’esperienza, tradotta in automatismo spontaneo, può diventare un limite nell’esercizio delle nostre capacità. Un esempio tratto dalla ricerca scientifica esprime bene il meccanismo degli automatismi.
Un gruppo di scienziati per un esperimento mise un luccio, pesce predatore di acqua dolce, in una piscina. Dopo qualche giorno senza cibo, misero dei piccoli pesci stanziali in un angolo della piscina. Il luccio, dopo aver studiato la situazione, si diresse senza esitazione a mangiare i pesciolini. E così per qualche giorno i ricercatori misero le prede nel solito angolo della piscina. Un giorno inserirono una lastra di plexiglass trasparente davanti ai pesci. Il luccio si diresse come suo solito nell’angolo per mangiare le sue prede e diede un bel colpo sul muso. Fece vari tentativi sbattendo e alla fine, slanciandosi verso i pesciolini, iniziò a scartare poco prima dell’impatto. Dopo un paio di giorni i ricercatori tolsero la lastra di plexiglass ma il luccio continuava ad avvicinarsi ed a scartare. Così per qualche giorno. Finché non morì.

Quale è la causa della morte del luccio? La mancanza di cibo o forse l’esperienza? Il pesce è l’esempio di come un condizionamento comportamentale generi un automatismo, che è difficile da gestire e soprattutto difficile da riconoscere. Noi non siamo pesci, ma il meccanismo agisce anche su di noi, magari anche in maniera più sottile e quindi più difficile da intercettare. L’essere umano nella ripetizione trova sicurezza ed efficienza, ma non genera alternativa e diversità.
Gli automatismi dell’esperienza sono un grande vantaggio nel momento in cui ci consentono di risparmiare energie, ma ci portano a fare le cose sempre nello stesso modo. E, parafrasando Einstein, se faccio le cose sempre alla stessa maniera otterrò sempre gli stessi risultati.
L’esperienza, che poi altro non è che il nostro vissuto e soprattutto l’elaborazione di fatti ed accadimenti, oltre ovviamente a conoscenze e competenze acquisite, contribuisce in modo significativo alla costruzione del nostro set cognitivo attraverso il quale leggiamo, percepiamo ed interagiamo con la realtà che ci circonda. Noi agiamo sulla base del nostro set cognitivo, che è costituito dalle auto-istruzioni, consapevoli e inconsapevoli, che predispongono il nostro modo di leggere ed affrontare la realtà.

Il nostro set cognitivo ha bisogno sia di continuità e ripetizione, sia di coerenza e controllo, per garantirci una intima tranquillità.
Tutte queste sono modalità inconsapevoli e prive di controllo. L’esperienza rischia davvero di diventare in certe situazioni un fardello.
Le riflessioni che stiamo facendo sull’esperienza sono direttamente collegate al tema della nostra zona di comfort o zona di sicurezza, su cui si è scritto tanto, e spesso a sproposito.
Sul blog potete trovare una ampia trattazione sul tema.

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