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Consapevolezza e sviluppo di sé: il tema del coraggio

coraggio_Esplorare mondi possibili, progettare il proprio sviluppo, agire le qualità personali: è la strada maestra per generare nuove prospettive e costruire pienamente il nostro sé e realizzare la nostra essenza. In questa prospettiva il coraggio è una virtù fondamentale per la nostra crescita ed espansione.

Il quadro di frammentarietà, la mancanza punti di riferimento e l’incertezza imposta e diffusa, produce una significativa riduzione degli investimenti affettivi e progettuali, sia verso se stessi, sia verso il mondo circostante. Oggi è sempre più difficile dare un senso al proprio vivere, avere un percorso definito. Questo disagio si manifesta nell’ambito personale e anche e soprattutto, spesso senza soluzione di continuità, all’interno delle organizzazioni, sempre più articolate e spesso contraddittorie, caratterizzate dal mutamento continuo, in una carenza di confini ed una abbondanza di barriere.
Come può la persona trovare una direzione e una forza per realizzare il proprio sé? Come può costruire e dare un senso al proprio vivere? Quale può essere una strada per un efficace ma equilibrato sviluppo professionale?
Al di là degli ormai vetusti “sapere, saper fare e saper essere”, occorre trovare all’interno di noi qualcosa che ci consenta una equilibrata ma significativa crescita, un qualcosa che ci permetta una trasformazione delle competenze, delle mappe cognitive, dei comportamenti. E forse molto di più.
L’essere umano deve ricordare che è al centro di tutto. Si può fronteggiare l’incertezza riscoprendo le proprie qualità, puntando su di esse e analizzando i condizionamenti. Ma per farlo occorre mettersi alla prova, ricercare la sfida e valicare, oso dire, l’ignoto.
L’esplorazione di mondi possibili e di alternative è l’opportunità e l’occasione per generare altro significato e nuove comprensioni.
Per tutto questo è necessario un impegno significativo ed un confronto con le proprie ansie e paure. Vi sono cambiamenti ed apprendimenti che richiedono sforzo, che vogliono impegno per affrontare forme di disagio, poiché nel cambiare vi è un futuro possibile che è nato dal riconoscere prima di tutto un limite da superare. E un futuro possibile che ancora non è il presente e non dà nessuna certezza. Per cambiare bisogna non indulgere troppo con se stessi e non accettare supinamente difficoltà e difetti, ma sforzarsi di fare la cosa più giusta e più difficile. Per dirla con Nietzsche, grandezza significa dare una direzione. E per dare questa direzione ci possono supportare le virtù.
Andando a scandagliare e riscoprire i classici, nella ricerca di un “progetto” di sviluppo, ci imbattiamo nel pensiero aristotelico. Aristotele ci parla di Télos, Eudaimonia e Areté. Questa “terna”, ci viene riproposta dallo psicologo Charles Hackney, che nel suo saggio, “Le virtù guerriere” (2010), parte dall’analisi di una pratica sempre diffusa nel nostro paese, che è quella delle arti marziali. Hackney tralascia gli aspetti tecnici e si concentra soprattutto su quelli etici, individuando le virtù basilari del guerriero, il buon guerriero, che raggiunge i propri obiettivi senza calpestare gli altri. E in questa disamina riscopre il pensiero aristotelico con la combinazione di Télos, Eudaimonia e Areté.
Télos è possibile tradurlo con “fine”, “obiettivo”, “scopo”. In sintesi, per comprendere il télos occorre porsi una domanda: a cosa serve questo? Si può applicare ad un oggetto, ma anche e soprattutto, nella nostra riflessione, all’essere umano. Qui si apre un varco importante a cui ognuno può tentare di dare una risposta: quale è lo scopo, il fine ultimo. Potremmo dire in senso ampio quale è il senso dell’esistenza? In termini più pratici, dove voglio arrivare, quale è la direzione e la meta che voglio raggiungere? Il concetto di Télos possiamo ricondurlo, nella sociologia, all’agire dotato di senso di Max Webber. L’essere umano ha bisogno di un significato e un indirizzo alle proprie azioni, altrimenti l’agire risulta svuotato, privo di significato e, in taluni casi, destinato a non raggiungere i suoi fini o ad esaurirsi in fretta.
Eudaimonia è la via migliore a perfezionarsi per raggiungere il télos. Nell’ottica aristotelica, designa una vita umana vissuta al meglio e nella completezza. Per diventare un individuo migliore, occorre impegno, sacrificio e duro lavoro. Potremmo anche definire l’Eudaimonia come l’insieme delle strategie cognitive e comportamentali che l’individuo mette in atto per raggiungere i suoi obiettivi. Strategie che vanno riconosciute e analizzate ed eventualmente modificate.
Aretè è la virtù e per i greci indicava una forza d’animo, un vigore morale e fisico: indica quelle qualità il cui possesso consente all’individuo di raggiungere l’eudaimonia e la cui assenza è destinata a vanificare il suo movimento verso il télos.
Areté è un termine che appartiene alla stessa famiglia del verbo aretào, che vuol dire “prosperare”. Possedere l’aretè ha il valore del mettere a frutto i propri talenti o predisposizioni. Vista in questa ottica, l’areté denota un possesso, ma è soprattutto il risultato di un esercizio: esige applicazione, necessaria alla valorizzazione. Aretè ha la medesima radice del latino ars, che indica l’abilità nel costruire, nel fabbricare. L’aretè è quindi da intendersi come una pratica efficace che porta a dei risultati, ed è quindi degna di merito.
Salvatore Natoli, proprio sul tema della virtù, nel suo saggio “L’edificazione del sé” (2010), ci dà una lucida disamina con concetti stimolanti in cui tratta l’identità, il rapporto con gli altri e il senso da dare alla propria esistenza in un mondo complesso, mobile e frammentato. Il tema di base trattato dal professore di Filosofia Teoretica è la virtù, declinata nella fortezza, temperanza e coraggio, costruita e palesata nel rapporto verso di sé e verso gli altri. Natoli non si riferisce alla virtù cristiana, la virtù che si genera nella privazione e nel rigore; egli parte invece ci parla proprio dell’aretè dei greci: “Il termine appartiene alla medesima famiglia del verbo aretào, che vuol dire “prosperare” e persino “essere fortunati”. Significa anche fertilità. Possedere l’aretè significa mettere a frutto le proprie doti o predisposizioni. Se la si mette in questi termini, denota certa un possesso, ma è soprattutto risultato di un esercizio. Esige applicazione, necessaria alla valorizzazione. Aretè ha, infatti, la medesima radice, ar, del latino ars, che indica l’abilità nel costruire, nel fabbricare: denota perizia e invenzione. L’aretè è fondamentalmente una pratica efficace che dà risultati, ed è quindi degna di merito. E chi merita è, a sua volta, meritevole di essere riconosciuto per quel che ha fatto: ciò spiega perché in greco aretè significa “merito” e perciò anche stima, onore, perfino splendore. La virtù, a partire dalla stessa gamma semantica, indica, dunque, un’azione ben riuscita. (…) Avere aretè significava, inoltre, avere perizia nella corsa, nella velocità, nel duello, in battaglia. Perfino nella frode e nel delitto. In seguito l’aretè sarà anche una prerogativa dell’intelletto. Per virtuoso bisogna allora intendere colui che sa valorizzare le proprie doti e sa metterle a frutto; e nei riguardi di se stesso colui che è competente dei propri desideri e sa modularli in vista del bene. Così concepita, la virtù altro non è che abilità a esistere, è capacità di padroneggiarsi”. In questa prospettiva classica, la felicità non è concepita come un premio della virtù, ma coincide con il suo esercizio.
Inoltre, il termine stesso “virtù”, deriva dal latino virtus, che significa forza. Le virtù quindi, nella lettura che stiamo dando, sono quei tratti che consentono alla persona di “funzionare” al meglio e dispiegare le sue potenzialità: la capacità di un uomo di eccellere in qualcosa, di compiere un certo atto in maniera ottimale ed anche distintiva.
Le virtù, ed il coraggio in particolare, hanno avuto un ruolo centrale nel pensiero e nell’epica dell’età classica dei Greci. Pensiamo all’Iliade, all’Odissea, facciamo riferimento al Lachete di Platone o agli Spartani alle Termopili narrati dallo storico Erodoto. Leonida e i suoi guerrieri, fin dai tempi della scuola, hanno sempre rappresentato un esempio di virtù da ammirare. Lo sono ancora per noi, lo erano allora.
Parliamo di coraggio e dell’incontro anche con i propri limiti. E di conseguenza di paura. Ma nell’affrontare la paura possiamo anche conoscere meglio parti di noi stessi. E il coraggio può controbilanciare la paura. Mi piace connettere a questi concetti uno spunto di Oriana Fallaci. “La storia dell’Uomo è anzitutto e soprattutto una storia di coraggio: la prova che senza il coraggio non fai nulla, che se non hai coraggio nemmeno l’intelligenza ti serve. E il coraggio ha molti volti: il volto della generosità, della vanità, della curiosità, della necessità, dell’orgoglio, dell’innocenza, dell’incoscienza, dell’odio, dell’allegria, della disperazione, della rabbia, e perfino della paura cui rimane spesso legato da un vincolo quasi filiale”. L’essere umano ha una consapevolezza naturale della vulnerabilità e il coraggio controbilancia la paura che ne deriva. Potremmo anche dire che il coraggio non è assenza di paura, ma la capacità di fare la scelta giusta di fronte alla paura. Se assumiamo questa prospettiva, il coraggio è l’abilità a compiere le azioni necessarie di fronte alla paura. Quest’ultima diventa un avversario da sconfiggere e non da scansare. E fa paura riconoscere o incontrare i propri limiti, le proprie imperfezioni. Genera paura l’ignoto, il cambiamento e tutto ciò che non riusciamo facilmente a catalogare nelle nostre categorie cognitive.
Il coraggio come virtù è quindi inteso anche come la capacità di eccellere nella lotta con i limiti, non nella loro rimozione. Limiti che non sono solo quelli prodotti dalle condizioni esterne, ma sono anche quelli che appartengono alla propria soggettività e alla propria identità. In questa virtù è dunque implicita una capacità di riconoscere una misura che può essere scoperta solo attraverso la consapevolezza di ciò che potrebbe generare dolore e lo genera: il limite.
Qualsiasi forma di espansione deve fare i conti con il rischio del fallimento, ed il fallimento può essere una dura minaccia per l’autostima. Il nostro inconscio ci protegge, tende all’autoregolazione, perché andare oltre i limiti, presuppone un rischio e l’inconscio ci protegge. Lo stesso nostro pensiero tende a muoversi su strade e percorsi conosciuti ed è dotato di una propensione alla “economicità”. Non c’è crescita senza diversificazione, e non c’è sviluppo senza rischio. Non c’è cambiamento se siamo troppo indulgenti con noi stessi. Non c’è scoperta nel ripetere, spesso inconsapevolmente, le nostre strategie relazionali e comportamentali.
Sperimentare il coraggio significa quasi sempre prendere rischi: E’ un rischio ogni comportamento, scelta e sentimento che ci fa vivere qualcosa che non abbiamo già sperimentato e di cui non conosciamo gli effetti che produrrà su di noi. Perciò è un rischio tutto ciò che facciamo del quale temiamo l’incertezza delle conseguenze. Uscire dalla nostra zona di sicurezza e confort è affrontare un rischio e questo richiede coraggio, ovvero la capacità di affrontare la novità e gestire dell’ansia e dei timori. Nel rischio si sperimentano nuovi comportamenti, nuove emozioni, nuovi rapporti con la realtà e gli altri. Inoltre comprendiamo le nostre possibilità, il nostro potenziale e incontriamo anche i nostri limiti. Incontrare i nostri limiti, riconoscerli e un esercizio di grande maturità e crescita. Come è maturità e crescita anche saperli accettare.
In questo modo possiamo sia riconoscere che espandere le nostre qualità, e renderci capaci di affrontare situazioni nuove, sfide ambiziose e cambiamento.
Il coraggio può darci quindi una grande mano a sconfiggere le difese tese a proteggerci.
Se pensiamo al coraggio non come all’assenza di paura, bensì come l’abilità di compiere le azioni necessarie di fronte alla paura stessa, quest’ultima diventa un avversario da affrontare e sconfiggere anziché da eludere.
Nell’affrontare però il limite ed il proprio destino personale, non dobbiamo dimenticare i destini comuni. Per sviluppare e realizzare la libertà personale è necessario fare comunità, crescere insieme: raggiungiamo l’altro solo nel rispetto e nella sua libertà perché anche l’amore non è possesso, ma reciprocità, confidenza e fiducia. L’altro è una dimensione che va recuperata, di cui abbiamo bisogno. Perché solo con l’altro e nell’altro c’è reale crescita, sviluppo, completezza.
Viviamo oggi, nelle organizzazioni e non solo, il periodo della autobiografia personale, della solitudine. Ci dimentichiamo che l’altro è una dimensione unica e irrinunciabile.
Il coraggio è quindi una virtù morale e sociale e non va confuso con la temerarietà e l’avventatezza: queste due ultime categorie cognitive ed emotive non tengono conto del contesto e della effettiva realizzabilità degli obiettivi.
Serve coraggio per cercare la verità resistendo ai luoghi comuni, ai pregiudizi ed al pensiero dominante. Occorre coraggio per analizzare i pericoli che ci circondano. Occorre coraggio per ricercare il bello e il positivo nelle persone intorno a noi. Dobbiamo fare appello al coraggio per non essere schiavi delle contingenze e per concepire e perseguire un progetto importante. Serve coraggio per non vivere un eterno presente svuotato di significati e privo di prospettive. Per dirla con Eleanor Roosvelt, “le persone crescono attraverso l’esperienza se affrontano la vita con onestà e coraggio”. Entrambe, in relazione al nostro ragionamento, due virtù importanti.
Nella letteratura e nelle scienze manageriali, il coraggio viene definito spesso come una meta-competenza, intesa come caratteristica che consente lo sviluppo di nuove competenze. A me piace considerarlo come una vera e propria capacità e qualità. Una virtù “esecutiva” che ci permette, associata ad altre capacità, di realizzare noi stessi, in armonia con gli altri. In quest’ottica diventa fondamentale sia la capacità di sentire e conoscere se stessi, attraverso la comprensione della propria maniera di interagire e costruire la realtà, si la capacità di relazionarsi con gli altri, per cogliere di cosa sono portatori e cosa ci restituiscono nella relazione.
Le qualità, nel caso di specie il coraggio, spesso sono tema dei lavori in aula affrontati da un formatore o sviluppati in una sessione di coaching. Il coraggio, come tutte le virtù, si acquisisce e si perfeziona mediante l’esercizio e la sperimentazione. E, come già scritto, se riprendiamo il latino virtus, che significa forza, possiamo dire che tutti i tipi di forza, e così le virtù, si migliorano e si affinano con l’allenamento. In una attività di formazione o in un colloquio di coaching, possiamo “allenare” l’altro al coraggio e, per chi è parte di questo processo, questa è, a sua volta, una sfida importante, densa di significato, per nulla banale e a volte rivelatrice. Per lo stesso trainer o coach, spingere verso il cambiamento, provare a far uscire gli altri dalla zona di confort, è un impegno di coraggio importante, eticamente fondato e cartina di tornasole delle capacità del professionista nello svolgere al meglio il suo lavoro.

Riferimenti bibliografici
Charles Hackney, Le virtù guerriere, Ponte alle grazie 2010
Salvatore Natoli, L’edificazione del sé, Laterza 2010

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